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2-10 febbraio Paesaggi con figure. Il cinema di Michelangelo Antonioni


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2-10 febbraio Paesaggi con figure. Il cinema di Michelangelo Antonioni

11 febbraio Carlo Di Palma, un autore non solo della fotografia

12-16 febbraio Con le ore contate. Il cinema di Elio Petri

17-24 febbraio L’assoluto naturale. Il cinema di Mauro Bolognini

25 febbraio Alba Rohrwacher, il nuovo volto del cinema italiano

26 febbraio Roberto Pariante, un aiuto regista prezioso per il cinema italiano

27 febbraio Figure del femminile tra Cinema e Psicoanalisi

28 febbraio Omaggio a Eric Rohmer

28 febbraio Appendice futurista
2-10 febbraio

Paesaggi con figure. Il cinema di Michelangelo Antonioni

La retrospettiva Paesaggi con figure. Il cinema di Michelangelo Antonioni è un progetto del Centro Sperimentale di Cinematografia - Cineteca Nazionale e del Museo Nazionale del Cinema di Torino.

Si ringraziano per la collaborazione Carlo di Carlo e Enrica Fico Antonioni. Si ringraziano, inoltre, Luca Verdone e Rai International.
Caro Antonioni…

di Roland Barthes

Nella sua tipologia, Nietzsche distingue due figure: il prete e l’artista. Di preti, ne abbiamo oggi da vendere; di tutte le religioni e anche senza religione; ma di artisti?

Vorrei, caro Antonioni, che tu mi prestassi per un attimo qualche tratto della tua opera per permettermi di fissare le tre forze, o, se preferisci, le tre virtù che ai miei occhi costituiscono l’artista. Le dico subito: la vigilanza, la saggezza e la più paradossale di tutte, la fragilità.

Contrariamente al prete, l’artista ammira e si stupisce; il suo sguardo può essere critico, ma non è accusatore: l’artista non conosce risentimento. Proprio perché tu sei un artista la tua opera è aperta al Moderno. Molti prendono il Moderno come una bandiera di combattimento levata contro il vecchio mondo, i suoi valori compromessi; ma per te, non è il termine statico di una facile opposizione; anzi il contrario, il Moderno è la difficoltà attiva di seguire il mutare del Tempo, non più solamente a livello della grande Storia, ma all’interno di quella piccola Storia di cui è misura l’esistenza di ciascuno di noi. Cominciata all’indomani dell’ultima guerra, la tua opera si è così rivolta, di momento in momento, secondo un doppio movimento di vigilanza, al mondo contemporaneo e a te stesso; ognuno dei tuoi film è stato, a livello personale un’esperienza storica, l’abbandono cioè di un problema vecchio e la formulazione di una domanda nuova; il che significa che tu hai vissuto e trattato la storia di questi ultimi trent’anni con sottigliezza, non come la materia di un riflesso artistico o di un impegno ideologico, ma come una sostanza di cui tu dovevi captare, di opera in opera, il magnetismo. Per te il contenuto e la forma sono storici allo stesso modo; i drammi, come tu hai detto, sono indifferentemente psicologici e plastici. Il sociale, il narrativo, il nevrotico, non sono che livelli, pertinenze, come si dice in linguistica, del mondo totale, che è l’oggetto di ogni artista: c’è una successione, non una gerarchia degli interessi. Per essere precisi, contrariamente al filosofo, l’artista non evolve; come uno strumento molto sensibile, egli percorre le successioni del Nuovo che la propria storia gli presenta: la sua opera non è un riflesso fisso, ma una moire su cui passano, secondo l’inclinazione dello sguardo e le sollecitazioni del tempo, le figure del Sociale o del Passionale, e quelle delle innovazioni formali, dal modulo narrativo all’impiego del Colore. La tua inquietudine per l’epoca non è quella dello storico, del politico o del moralista, ma piuttosto quella dell’utopista che cerca di scorgere su punti precisi il mondo nuovo, poiché ha voglia di quel mondo e vuole già farne parte. La vigilanza dell’artista, che è la tua, è una vigilanza amorosa, una vigilanza del desiderio.

Chiamo saggezza dell’artista non una virtù antica, ancor meno un discorso mediocre, ma, al contrario, quel sapere morale, quell’acutezza di discernimento che gli permette di non confondere mai il senso e la verità. Quanti crimini l’umanità non ha commesso in nome della Verità! Eppure tale novità non è mai stata che un senso.

Quante guerre, repressioni, terrori, genocidi, per il trionfo di un senso! Lui, l’artista, sa che il senso di una cosa non è la sua verità; questo sapere è una saggezza, una saggezza folle, si potrebbe dire, che trae il sapere dalla comunità, dal branco dei fanatici e degli arroganti. Non tutti gli artisti, tuttavia, hanno questa saggezza; alcuni ipostatizzano il senso.

Tale operazione terroristica generalmente si chiama realismo. Così quando dichiari (in un’intervista con Godard): “Provo il bisogno di esprimere la realtà in termini che non siano affatto realistici”, tu testimoni una corretta percezione del senso: non lo imponi, ma non lo abolisci. Tale dialettica conferisce ai tuoi film (uso ancora lo stesso termine) una grande sottigliezza: la tua arte consiste nel lasciare la strada del senso sempre aperta, e come indecisa, per scrupolo. È proprio in questo che tu assolvi il compito dell’artista di cui il nostro tempo ha bisogno: né dogmatico, né insignificante» (dall’orazione ufficiale di Roland Barthes in occasione della consegna da parte del sindaco di Bologna prof. Renato Zangheri dell’ “Archiginnasio d’oro”, il prestigioso premio della città, a Michelangelo Antonioni, febbraio 1980).


«Antonioni fa parte della ristrettissima schiera di cineasti poeti che si creano il proprio mondo, i suoi grandi film non solo non invecchiano ma col tempo si riscaldano».

Andrej Tarkovskij


lunedì 1

chiuso
martedì 2



ore 17.00

Gente del Po (1943-1947)

Regia: Michelangelo Antonioni; fotografia: Piero Portalupi; musica: Mario Labroca; montaggio: Carlo Alberto Chiesa; origine: Italia; produzione: Artisti Associati per ICET; durata: 9’



Primo documentario di Michelangelo Antonioni sulla dura vita degli abitanti di Porto Tolle sul Po. Pescatori, contadini, donne e uomini colti nelle loro azioni quotidiane con grande attenzione all’ambiente che essi vivono. Uno sguardo nuovo per il cinema italiano del periodo, un’anticipazione di alcuni elementi del neorealismo ma anche di topoi tipici del cinema antonioniano successivo. «Appena mi fu possibile tornai in quei luoghi con una macchina da presa. Così è nato Gente del Po. Tutto quello che ho fatto dopo, buono o cattivo che sia, parte di lì» (Antonioni).
a seguire

N.U. (Nettezza Urbana) (1948)

Regia: Michelangelo Antonioni; fotografia: Giovanni Ventimiglia; consulenza musicale: Giovanni Fusco; montaggio: M. Antonioni; organizzazione: Vieri Bigazzi; origine: Italia; produzione: ICET; durata: 9’



Una giornata a Roma vista attraverso il lavoro degli spazzini. Scorci di città, microazioni, storie appena accennate, musica jazz a contrappuntare il ritmo delle immagini, sono le marche che caratterizzano questo lavoro. «Per quel che riguarda la forma del documentario, e soprattutto di N.U., io sentivo il bisogno di eludere certi schemi che si erano venuti formando e che pure erano allora validissimi […]. Cercai di fare un montaggio assolutamente libero» (Antonioni).
a seguire

L’amorosa menzogna (1949)

Regia: Michelangelo Antonioni; soggetto: M. Antonioni; fotografia: Renato Del Frate; montaggio: M. Antonioni; assistente alla regia: Francesco Maselli; musica: Giovanni Fusco; organizzazione: Mirto Mondei; interpreti: Anna Viat, Annie O’Hara, Sergio Raimondi, Sandro Roberti; origine: Italia; produzione: Warner Bros., Produzione Associata Filmus; durata: 10’



La vita delle star del mondo dei fumetti. Nastro d’argento per il miglior documentario.
a seguire

Superstizione (1949)

Regia: Michelangelo Antonioni; soggetto: M. Antonioni; commento: Gerardo Guerrieri; fotografia: Giovanni Ventimiglia; musica: Giovanni Fusco; origine: Italia; produzione: ICET; durata: 9’



Il documentario nasce da un progetto più ampio che Antonioni non ha potuto realizzare e che si presenta come un’indagine sulla superstizione e i riti ad essa legati, a Camerino, nelle Marche.. «Il rito come difesa (la morte, il malocchio, ecc.), che rimane tutto in superficie, e suona falso. Ma forse c’è qualcosa di più e di diverso: il senso delle cose caricate di significati ulteriori per un’abitudine inveterata al simbolo. Tutti temi, comunque, che si sviluppano compiutamente solo nel soggetto originale» (Tinazzi).
a seguire

Sette canne un vestito (1949)

Regia: Michelangelo Antonioni; soggetto e sceneggiatura: M. Antonioni; fotografia: Giovanni Ventimiglia; montaggio: M. Antonioni; origine: Italia; produzione: ICET; durata: 9’



«Questo documentario, considerato perduto, dopo numerose ricerche venne ritrovato nel 1995 dalla Cineteca del Friuli e acquisito dal “Progetto Antonioni”. Era stato amorevolmente conservato e gelosamente custodito da Enea Baldassi, Presidente dell’Associazione “Primi” di Tor Viscosa assieme a tutti i documenti cinematografici, fotografici e sonori nell’archivio storico della Snia Viscosa, oggi Chimica del Friuli. Girato per raccontare la fabbricazione della novità tessile di allora, prodotta a Torviscosa (Trieste). Antonioni dichiara di mostrare “la favola del rayon”, e cioè i vari processi e le progressive trasformazioni delle canne, materia prima della fibra. Guarda caso, un suo famoso articolo sul n. 68 di “Cinema” dell’aprile 1939 Per un film sul fiume Po, che precede la realizzazione di Gente del Po, aveva al centro del discorso e delle fotografie da lui scattate proprio le canne.

In Sette canne un vestito, il taglio figurativo delle inquadrature e dei movimenti di macchina ripropongono l’inconfondibile stile documentaristico di Antonioni. Un processo industriale diventa un vero piccolo racconto: la trasformazione delle canne in cellulosa, poi in fogli di cartone che viene tagliato, imballato e pressato fino a farlo precipitare in disintegratori che lo mutano in segatura. Ed ecco “la tempesta chimica che realizzerà il miracolo”: un liquido, il solfuro di carbonio, trasforma il prodotto in viscosa e infine in filo di cellulosa. La cellulosa, lavata e sbiancata, “è diventata morbida e leggera come neve”. Bastano sette canne per un vestito: e qui Antonioni non può evitare di mostrare alcune inquadrature di una passerella dove sfilano le modelle cinte da vestiti inebrianti, per quei tempi: è forse l’atelier delle famose sorelle Fontana che vestiranno Lucia Bosè in Cronaca di un amore? E quei vestiti non sembrano proprio quelli che lei andrà, di lì a poco ad indossare?» (di Carlo).

Copia proveniente dalla Cineteca del Friuli
a seguire

La villa dei mostri (1950)

Regia: Michelangelo Antonioni; soggetto: M. Antonioni; fotografia: Giovanni De Paoli: montaggio: M. Antonioni; musica: Giovanni Fusco; produzione: Filmus; durata: 10’



I mostri di pietra che affollano il parco del Castello degli Orsini a Bomarzo (Viterbo).
a seguire

Vertigine (1950)

Regia: Michelangelo Antonioni; soggetto: M. Antonioni; fotografia: Goffredo Bellisario, Ghedina; montaggio: M. Antonioni; musica: Theo Usuelli; produzione: T. Usuelli; durata: 4’



«Vertigine è il titolo originale di un frammento di circa 4’, firmato da Michelangelo Antonioni, che è stato ritrovato. Si tratta di una parte degli otto minuti del documentario La funivia del Faloria. La modifica del titolo in La funivia del Faloria avvenne successivamente perché giudicato più efficace al fine di accedere al premio governativo della programmazione obbligatoria (la lunghezza minima di legge era allora di otto minuti). Vertigine venne girato nel 1949 con l’operatore Bellisario, autore della fotografia di numerosi documentari dell’epoca, ma fu montato solo alla fine del 1950, dopo che Antonioni aveva realizzato il suo primo lungometraggio, Cronaca di un amore. Mentre Gente del Po, N.U. (Nettezza Urbana), L’amorosa menzogna e Superstizione costituiscono il corpus centrale dell’Antonioni documentarista, i successivi tre (Sette canne un vestito, 1949, e gli altri due del 1950, La villa dei mostri e Vertigine - La funivia del Faloria) sono da considerarsi occasioni di lavoro: ovvero esercitazioni, in attesa di poter realizzare finalmente il primo lungometraggio. Ma anche qui lo sguardo di Antonioni è evidentemente riconoscibilissimo. Proprio in Vertigine, un documentario “turistico” che intende illustrare il percorso della funivia dalla vallata alle cime del Faloria, Antonioni riesce con il proprio “occhio” ad annullare la retorica del commento parlato.

E mi pare curiosa e singolare la scelta, ancora una volta stilistica e linguistica, del punto di vista. Che è quello della funivia, la quale, radente o lontana, vede e legge il percorso “in soggettiva” con brevi stacchi fissi o panoramiche. E Antonioni, che ha sempre amato la spericolatezza, conferma la mia ipotesi, ricordandomi che fece fissare sopra il tetto della funivia una piccola piattaforma per sé e per la mdp onde essere facilitato nelle inquadrature e sentirsi più libero nei movimenti.

La funivia, mentre procede accarezzando prima la vegetazione, poi le rocce, osserva perfino la propria ombra ed è comunque, per così dire, attenta a guardarsi intorno e a cogliere le immagini più suggestive del paesaggio circostante. Ma mentre si inerpica verso le cime in attesa di visioni che mantengano ciò che dovrebbero promettere (e cioè un senso di vertigine), “il viaggio – sottolinea il testo – sembra dolcemente smentire questa vertigine”» (di Carlo).
a seguire

Cronaca di un amore (1950)

Regia: Michelangelo Antonioni; soggetto: M. Antonioni; sceneggiatura: M. Antonioni, Daniele D’Anza, Piero Tellini, Silvio Giovaninetti, Francesco Maselli; fotografia: Enzo Serafin; scenografia: Piero Filippone; musica: Giovanni Fusco; montaggio: Eraldo Da Roma; interpreti: Massimo Girotti, Lucia Bosé, Gino Rossi, Marika Rowsky, Ferdinando Sarmi, Rubi D’Alma; origine: Italia; produzione: Franco Villani e Stefano Caretta, Fincine; durata: 102’



Milano. Paola ha abbandonato la natale Ravenna ed ha sposato un ricco industriale Enrico Fontana. Questi incarica un detective di indagare sul passato della donna per scoprirne eventuali macchie. Queste indagini sono l’occasione per far incontrare Paola e Guido, suo ex amante. I due riallacciano la vecchia relazione e progettano di liberarsi di Fontana. «Analizzavo la condizione di aridità spirituale e anche un certo tipo di freddezza morale di talune persone dell’alta borghesia milanese. Proprio perché mi sembrava che in questa assenza di interessi al di fuori di loro, in questo essere tutti rivolti verso se stessi, senza un preciso contrappunto morale, senza una molle che facesse scattare in loro ancora il senso della validità di certi valori, in questo vuoto interiore vi fosse materia sufficientemente importante da prendere in esame» (Antonioni).
ore 20.00

I vinti (1952)

Regia: Michelangelo Antonioni; soggetto: M. Antonioni, Suso Cecchi D’Amico, Diego Fabbri, Turiu Vasile; sceneggiatura: S. Cecchi D’Amico, M. Antonioni, D. Fabbri, T. Vasile, Giorgio Bassani, Roger Nimier; fotografia: Enzo Serafin; scenografia: Gianni Polidori, Roland Berthon; musica: Giovanni Fusco; montaggio: Eraldo Da Roma; interpreti: Jean Pierre Mocky, Etchika Choureau, Franco Interlenghi, Anna Maria Ferrero, Peter Reylonds, Patrick Barr; origine: Italia; produzione: Film Costellazione; durata: 113’



Film a episodi ambientati rispettivamente in Francia, Italia e Gran Bretagna e incentrati su atti criminali commessi da giovani. Il primo vede un gruppo di ragazzi e ragazze che durante una gita in campagna uccide uno di loro, pensando che abbia molti soldi con sé; l’episodio italiano ha come protagonista un giovane di buona famiglia che si dà al contrabbando più per spirito d’avventura che per bisogno. Nell’episodio inglese un giovane uccide una donna, sicuro di rimanere impunito, ma per eccessivo protagonismo viene arrestato. Il film fece molto scalpore alla presentazione al Festival di Venezia del 1953 e l’episodio italiano, incentrato inizialmente sui giovani neofascisti, venne censurato e rimontato. «Antonioni esamina l’ambiente, fin quasi a rilevarne un “documento” sociologico, ma non trascura l’elaborazione stilistica: due atteggiamenti che, convivendo nel film, rivelano la costante bipolarità di interessi del regista» (Tinazzi).
ore 22.00

La signora senza camelie (1953)

Regia: Michelangelo Antonioni; soggetto: M. Antonioni; sceneggiatura: S. Cecchi D’Amico, M. Antonioni, Francesco Maselli, Pier Maria Pasinetti; fotografia: Enzo Serafin; scenografia: Gianni Polidori; musica: Giovanni Fusco; montaggio: Eraldo Da Roma; interpreti: Lucia Bosè, Gino Cervi, Andrea Checchi, Ivan Desny, Monica Clay, Oscar Andriani; origine: Italia; produzione: Domenico Forges Davanzati, Enic; durata: 102’



Film sulle illusioni tradite della fabbrica dei sogni. Dopo Bellissima di Visconti, Antonioni realizza un film sull’ambiente dei cinematografari romani. Ada Manni è una giovane e bella commessa, che viene lanciata nel mondo del cinema. Raggiunta una certa notorietà, sposa un produttore che realizza per lei un film “impegnato”, che però è un flop. Neanche la relazione clandestina con un altro uomo riesce a colmare il vuoto in cui vive. «Stilisticamente La signora senza camelie si snoda attorno a uno schema melodrammatico, ma anche in questo caso sono le decantazioni e le diramazioni che ci interessano, le scansioni delle sequenze, i contrappunti delle storie parallele (quella di Renata, l’amica), certi moduli di costruzione o di impostazione dell’inquadratura» (Tinazzi).
mercoledì 3

ore 17.00

L’amore in città (1953)

Regia: Carlo Lizzani, Michelangelo Antonioni, Dino Risi, Federico Fellini, Francesco Maselli, Alberto Lattuada; soggetto e sceneggiatura: Cesare Zavattini, Aldo Buzzi, Luigi Chiarini, Luigi Malerba, Tullio Pinelli, Vittorio Veltroni, M. Antonioni, Marco Ferreri, A. Lattuada; fotografia: Gianni Di Venanzo; scenografia: Gianni Polidori; musica: Mario Nascimbene; montaggio: Erando Da Roma; interpreti: Rita Josa, Rosanna Carta, Antonio Cifariello, Livia Venturelli, Mara Berni, Valeria Moriconi; origine: Italia; produzione: Faro Film; durata: 114’



Film ad episodi, ideato da Zavattini, si rifà alle sue idee sul cinema. Il film lampo, l’inchiesta, il richiamo alla cronaca come fonte di storie ben più interessanti di quelle partorite dagli sceneggiatori sono le forme attraverso cui i sei autori affrontano il tema dell’amore. Antonioni indaga sui (tentati) suicidi d’amore, raccontati dagli stessi protagonisti, che ricostruiscono l’evento. «Ci tenevano – tranne forse due casi veramente toccanti – a farmi credere che avevano proprio voluto morire, e avevano ripetuto il gesto più volte e che, tutto sommato, erano stati scalognati a non riuscirci. […] Ho cercato di suscitare nel pubblico la ripugnanza del suicidio attraverso lo squallore spirituale dei personaggi» (Antonioni).
ore 19.00

Le amiche (1955)

Regia: Michelangelo Antonioni; soggetto: dal racconto Tre donne sole di Cesare Pavese; sceneggiatura: Suso Cecchi D’Amico, M. Antonioni; fotografia: Gianni Di Venanzo; scenografia: Gianni Polidori; musica: Giovanni Fusco; montaggio: Eraldo Da Roma; interpreti: Eleonora Rossi Drago, Gabriele Ferzetti, Franco Fabrizi, Valentina Cortese, Yvonne Fourneaux, Madeleine Fischer; origine: Italia; produzione: Trionfalcine; durata: 104’



Clelia viene mandata a Torino da Roma per aprire un atelier di moda. Qui conosce un gruppo di amiche, ricche e ciniche. Quando una di loro si suicida per amore, Clelia entra in crisi, litiga con le altre e perde il posto. «Bellissima galleria di donne in amore tratta da Cesare Pavese e dipinta da Michelangelo Antonioni prima maniera, quando il Maestro non era stato ancora colto dall’irreversibile sindrome dell’incomunicabilità. Un ritratto amaro della buona borghesia, afflitta da cinismo e fame di carriera, che riunisce un gruppo di attrici sorprendentemente brave e molto, ma molto antipatiche» (Bertarelli). «Le amiche è un film di cui potendo rigirerei almeno un terzo. È stato realizzato nelle condizioni peggiori. Incominciato da una casa di produzione, è stato ripreso da un’altra dopo due mesi e mezzo di interruzione. […] È triste constatare de visu che una storia di personaggi, un conflitto di sentimenti e di psicologie, uno svolgersi di stati d’animo e di atmosfere diventano un affare» (Antonioni).

Vietato ai minori di anni 14
ore 21.00

Il grido (1957)

Regia: Michelangelo Antonioni; soggetto: M. Antonioni; sceneggiatura: M. Antonioni, Elio Bartolini, Ennio De Concini; fotografia: Gianni Di Venanzo; musica: Giovanni Fusco; montaggio: Eraldo De Roma; interpreti: Alida Valli, Steve Cochran, Betsy Blair, Dorian Gray, Lyn Shaw, Gabriella Pallotta; origine: Italia; produzione: S.P.A. Cinematografica; durata: 115’



Abbandonato dalla compagna, l’operaio Aldo si mette in viaggio con la figlia per cercare un lavoro che non riesce a trovare. Vivrà brevi avventure sentimentali e proverà a tornare con la compagna che lo respinge di nuovo... «In questo film, in cui pure si ritrova la tematica che mi è cara, pongo il problema dei sentimenti in modo diverso. Mentre prima i miei personaggi spesso si compiacevano dei loro dispiaceri e delle loro crisi sentimentali, nel Grido abbiamo a che fare con un uomo che reagisce, che cerca di spezzare l’infelicità. Per questo ho usato più compassione nel tratteggiare il personaggio» (Antonioni).

Vietato ai minori di anni 16
giovedì 4

ore 16.30

La notte (1961)

Regia: Michelangelo Antonioni; soggetto e sceneggiatura: M. Antonioni, Ennio Flaiano, Tonino Guerra; fotografia: Gianni Di Venanzo; scenografia: Piero Zuffi; musica: Giorgio Gaslini; montaggio: Eraldo Da Roma; interpreti: Marcello Mastroianni, Jeanne Moreau, Monica Vitti, Bernhard Wicki, Rosy Mazzacurati, Maria Pia Luzi; origine: Italia/Francia; produzione: Nepi Film, Silver Film, Sofitedip; durata: 122’



Il tran tran quotidiano di una coppia, sposata da anni, è turbato dalla malattia di un amico di famiglia. Dopo essersi recati in visita dal malato, Giovanni e Lidia partecipano a una festa di un industriale, lasciandosi andare, ma solo per noia. «Antonioni nel cinema è unico: il suo linguaggio si avvicina più a quello di uno scrittore che a quello di un regista» (Patti). «Il soggetto de La notte l’ho scritto prima dell’Avventura, però non ne ero molto convinto. […] Questo soggetto aveva un personaggio centrale che era quello della donna, ma era la storia di una donna brutta alla quale succedeva più o meno quello che succede alla protagonista de La notte. Il fatto però che fosse brutta – e di questo me ne accorsi più tardi – cambiava tutti i rapporti con i personaggi, perché lasciava supporre che la caduta dei sentimenti nel marito trovasse la sua causa proprio nella bruttezza di lei» (Antonioni).

Vietato ai minori di anni 16
ore 18.45

L’eclisse (1962)

Regia: Michelangelo Antonioni; soggetto e sceneggiatura: M. Antonioni, Tonino Guerra, con la collaborazione di Elio Bartolini, Ottiero Ottieri; fotografia: Gianni Di Venanzo; scenografia: Piero Poletto; costumi: Bice Brichetto; musica: Giovanni Fusco; interpreti: Monica Vitti, Alain Delon, Francisco Rabal, Lilla Brignone, Rossana Rory, Mirella Ricciardi; origine: Italia/Francia; produzione: Interopa Film, Cineriz, Paris Film; durata: 125’



Vittoria conosce alla Borsa Piero, un giovane spregiudicato, completamente differente da lei. «Vittoria diventa […] la protagonista inquieta ed instabile di una ricerca vana e nostalgica di una condizione di vita autentica che sembra finita da molto tempo» (Ferrero). «Ero capitato in ambienti dove c’erano donne che giocavano in Borsa, come la madre della protagonista […] e mi sembravano dei personaggi così curiosi che ho sentito un certo interesse per loro. Ho cominciato quindi ad andare un po’ a fondo: ho chiesto un permesso per andare in Borsa e mi è stato concesso. Per quindici, venti giorni ho frequentato la Borsa […] e ho capito che era un ambiente, anche da un punto di vista visivo, straordinario» (Antonioni).

Vietato ai minori di anni 16
ore 21.00

Incontro moderato da Enrico Magrelli con Enrica Fico Antonioni


a seguire

Fare un film per me è vivere (1996)

Regia: Enrica Antonioni; montaggio: Roberto Missiroli; origine: Francia/Italia; produzione: Arte, Titti Film; durata: 52’



Video-documentario girato da Enrica Antonioni sul set del film Al di là delle nuvole: i luoghi, i paesaggi, il rapporto artistico e intellettuale tra Antonioni e Wenders. Oltre ai due registi, compaiono Tonino Guerra e gli interpreti del film: Fanny Ardant, Irène Jacob, John Malkovich, Sophie Marceau, Marcello Mastroianni, Jeanne Moreau, Vincent Perez, Jean Reno, Kim Rossi Stuart, Inés Sastre.

Ingresso gratuito
a seguire

Il filo pericoloso delle cose (ep. di Eros, 2004)

Regia: Michelangelo Antonioni; soggetto: da Quel bowling sul Tevere di M. Antonioni; sceneggiatura: Tonino Guerra, M. Antonioni; collaborazione artistica: Enrica Antonioni; fotografia: Marco Pontecorvo; scenografia: Stefano Luci; costumi: Carin Berger; musica: E. Antonioni, Vinicio Milani; montaggio: Claudio Di Mauro; interpreti: Christopher Buchholz, Regina Nemni, Luisa Ranieri; origine: Italia/Francia/Lussemburgo/Hong Kong; produzione: Fandango, Solaris, Roissy Films, Cité Films Productions, Delux, Ipso Facto, Block 2Pictures; durata: 35’



«Il filo pericoloso delle cose chiude il film nel paesaggio aperto di Michelangelo Antonioni, colline e orizzonti toscani, ondulati contorni di una donna virtuale. [...] L’eros qui è messo a soqquadro, preso d’assalto, vinto dallo sguardo di Antonioni più esperto di Cupido. Ed è il piacere massimo del cinema vittorioso che impone alle due donne di incontrarsi, una specchio dell’altro, doppio di carne che capovolge la normalità dei sessi, e grida il suo trionfo» (Ciotta). Gli altri episodi sono diretti da Wong Kar-Wai e da Steven Soderbergh.

Ingresso gratuito
venerdì 5

ore 17.00

I tre volti (1965)

Il provino. Regia: Michelangelo Antonioni; soggetto e sceneggiatura: Tullio Pinelli; fotografia: Carlo Di Palma; art director: Piero Tosi; scenografia: Franco Bottari; musica: Piero Piccioni; montaggio: Eraldo Da Roma; interpreti: Soraya, Ivano Davoli, Giorgio Santarelli.

Gli amanti celebri. Regia: Mauro Bolognini; soggetto e sceneggiatura: Clive Exton, T. Pinelli; fotografia: Otello Martelli; art director: P. Tosi; scenografia: F. Bottari; musica: P. Piccioni; montaggio: Nino Baragli; interpreti: Soraya, Richard Harris, Esmeralda Ruspoli.

Latin Lover. Regia: Franco Indovina; soggetto e sceneggiatura: Alberto Sordi, Rodolfo Sonego, F. Indovina; fotografia: O. Martelli; art director: P. Tosi; scenografia: F. Bottari; musica: P. Piccioni; montaggio: N. Baragli; interpreti: Soraya, A. Sordi, Goffredo Alessandrini.

Origine: Italia; produzione: Dino De Laurentiis Cinematografica; durata: 115’



«La “prefazione” di Antonioni è la cronaca di come un nostro simpatico collega di “Paese Sera”, Ivano Davoli, riuscì a scoprire il segreto dei provino notturno di Soraya diretto da De Laurentiis in persona. Ma il produttore ha voluto figurare solo di spalle e da lontano, come Garibaldi in 1860, sicché, intimiditi dall’atteggiamento prudenziale del “boss”, i suoi collaboratori fanno capolino nei film sommessi e in punta di piedi: Alfredo De Laurentiis, l’avvocato Bruno Todini, l’operatore Otello Martelli e il suo assistente Arturo Zavattini [...]. Sono cineasti da cinema piuttosto che inclusioni della realtà; e lo stesso Davoli, nel rivivere la sua avventura, assomiglia più all’eroe malsicuro di un film come L’eclisse che a un intraprendente cronista. Ce n’è abbastanza per cominciare a dire che Antonioni rivela anche in uno “short” su ordinazione una personalità determinante. Né Soraya né De Laurentiis né Davoli sono i protagonisti di questa prefazione, che ha un unico mattatore: Michelangelo Antonioni. Forte dell’esperienza acquisita con Deserto rosso, Antonioni inserisce il volto di Soraya in un contesto di forme e colori assai vicino a certe ricerche della pittura attuale» (Kezich).
a seguire

Michelangelo Antonioni, storia di un autore (1966)

Regia: Gianfranco Mingozzi; testo: Tommaso Chiaretti; fotografia: Jean Claude Lebreque, Ugo Piccone; musica: Giovanni Fusco; montaggio: Domenico Gorgolini; fonici: Raffaele De Luca, Emore Galeassi, Manlio Magara; origine: Italia; produzione: National Film Board of Canada, IDI Cinematografica; durata: 45’



Ritratto del regista Michelangelo Antonioni reso attraverso le testimonianze di coloro che hanno lavorato con lui, il film è il primo che Mingozzi dedicò al mondo del cinema, accostandosi a un autore che già allora era di culto e che, in quell’epoca, stava girando il suo episodio del film I tre volti, dedicato al lancio come attrice della principessa Soraya. Il film alterna interviste (ad Antonioni, Monica Vitti) con un testo “critico” fuori campo di Tommaso Chiaretti.
ore 20.00

Antonioni visto da Antonioni (1978)

Intervista di Lino Miccichè; origine: Italia; produzione: Rai; durata: 25’

Nel 1978, la Rai presentò per la prima (e ancora unica) volta in Rai un ciclo di film di Antonioni dal titolo “Gli anni cinquanta visti da Antonioni” (da Gente del Po a Il grido), su iniziativa di Piero Pintus, responsabile del cinema di RAIDUE che rimane a tutt’oggi un evento. In questa occasione Lino Miccichè realizzò una lunga intervista “Antonioni visto da Antonioni” in cui Antonioni per la prima volta si raccontò liberamente sulla sua opera. Una testimonianza storica di grande importanza” (di Carlo).
a seguire

Appunti per la rinascita di un film (2002)

Regia: Stefano Landini; montaggio: Erika Manoni; suono: Alessandro Bianch; aiuto regia: Andrea Marinari; origine: Italia; produzione: Scuola Nazionale di Cinema-Centro Sperimentale di Cinematografia, Mediaset Cinema Forever, in collaborazione con Compass Film, Sociètè Cinématographique Lyre; durata: 5’



Breve documentario sul restauro del film di Antonioni con dichiarazioni, fra gli altri, di Carlo Di Carlo e Vincenzo Verzini, uno dei massimi esperti di restauro.
a seguire

L’avventura (1960)

Regia: Michelangelo Antonioni; soggetto: M. Antonioni; sceneggiatura: M. Antonioni, Elio Bartolini, Tonino Guerra; fotografia: Aldo Scavarda; scenografia: Piero Poletto; costumi: Adriana Berselli; musica: Giovanni Fusco; montaggio: Eraldo Da Roma; interprete: Gabriele Ferzetti, Monica Vitti, Lea Massari, Dominique Blanchar, Renzo Ricci, James Addams; origine: Italia/Francia; produzione: Cino Del Duca, Societé Cinématographique Lyre; durata: 140’



Durante una crociera in Sicilia, una donna scompare misteriosamente. Il fidanzato e l’amica la cercano, sempre meno disperatamente… «Inedita l’utilizzazione del paesaggio siciliano come protagonista implicito: inospitale per i personaggi, esso costituì una notevole fonte di problemi anche per le riprese, avvenute su uno scoglio delle isole Eolie con il mare in tempesta» (Mereghetti). «Ci sono dei film gradevoli e dei film amari, dei film leggeri e dei film dolorosi. L’avventura è un film amaro, spesso doloroso. Il dolore dei sentimenti che finiscono o dei quali si intravvede la fine nel momento stesso in cui nascono. Tutto questo raccontato con un linguaggio che ho cercato di mantenere spoglio di effetti» (Antonioni).

Vietato ai minori di anni 14
sabato 6

ore 16.30

Il mistero di Oberwald (1980)

Regia: Michelangelo Antonioni; soggetto: da L’aigle à deux têtes di Jean Cocteau; sceneggiatura: M. Antonioni, Tonino Guerra; fotografia: Luciano Tovoli; scenografia: Mischa Scandella; costumi: Vittoria Guaita; montaggio: M. Antonioni, Francesco Grandoni; interpreti: Monica Vitti, Franco Branciaroli, Luigi Diberti, Elisabetta Pozzi, Paolo Bonacelli, Amad Saha Alan; origine: Italia; produzione: Rai, Polytel International; durata: 129’



«Cocteau aveva già messo in cinema il suo dramma, Antonioni non ne fa un remake, ma un pretesto di genere, un’occasione fortunata delle “forti tinte”, una prova per svelare e studiare la metafora. I riferimenti storici al personaggio dell’imperatrice Sissi d’Austria, che erano pallidi in Cocteau, sono stati accantonati da Antonioni in favore della stilizzazione, della favola, come suggerisce l’inizio tempestoso e un poco ironico. In una notte di tempesta, la regina Monica Vitti arriva al castello di Oberwald e cena da sola davanti al ritratto del marito ucciso in un attentato. Non ha mai cessato d’amarlo, si sente finita con lui. Da un passaggio segreto cade svenuto in camera sua il rivoluzionario anarchico Franco Branciaroli, ferito; era venuto per ucciderla. La Vitti vede in Branciaroli il sosia del re, Branciaroli nella Vitti una donna prigioniera del suo potere» (Reggiani). «Per quanto mi riguarda, penso di avere appena incominciato a scalfire la gamma ricchissima di possibilità che l’elettronica offre. Altri potranno fare di più. Una cosa posso dire e cioè che il nastro magnetico ha tutte le carte in regola per sostituire la tradizionale pellicola» (Antonioni).
ore 19.00

Blow-up (1966)

Regia: Michelangelo Antonioni; soggetto: dal racconto La bava del diavolo di Julio Cortazar; sceneggiatura: M. Antonioni, Tonino Guerra; fotografia: Carlo Di Palma; scenografia: Assheton Gordon; costumi: Jocelyn Rickards; musica: Herbert Hanckock; montaggio: Frank Clarke; interpreti: David Hemmings, Vanessa Redgrave, Peter Bowles, Sara Miles, John Castle, Jane Birkin, Gillian Hills; origine: Italia/Gran Bretagna; produzione: Carlo Ponti/ Bridge Film; durata: 111’



Thomas è un fotografo di moda nella ricca, colorata e eccessiva swinging London. Un giorno in un parco fotografa da lontano una coppia. La donna, vistolo, lo insegue e fa di tutto per farsi dare il rullino. Thomas riesce a ingannarla e a non darle le fotografie, che sviluppa e ingrandisce alla ricerca di quel qualcosa che non ha visto o notato a occhio nudo. Gli ingrandimenti gli rivelano la presenza di una mano che tiene una pistola e di un’ombra sull’erba. Tornato nel parco di notte trova – in effetti – un cadavere, che però non è più lì la mattina dopo. «Ma in evidenza è messo il carattere dell’ambiguità (la scoperta di un delitto attraverso l’ingrandimento di una fotografia è una vera scoperta? E il delitto è un vero delitto? Ecc.) non come punto di arrivo di una falsa neutralità, di una sospensione falsamente fenomenologia, quanto proprio di una “riduzione” che vuol eliminare gli aloni semantici per ricondurre l’attenzione ai momenti primi, recuperando le zone ritenute marginali della realtà» (Tinazzi). «Questo film, forse, è come lo Zen: nel momento in cui lo si spiega lo si tradisce. Voglio dire che un film che si può spiegare a parole non è un vero film» (Antonioni).

Per gentile concessione di Hollywood Classic - Copia proveniente da British Film Institute

Vietato ai minori di anni 14
ore 21.00

Professione: reporter (1975)

Regia: Michelangelo Antonioni; soggetto: Mark People; sceneggiatura: M. People, Peter Wollen, M. Antonioni; fotografia: Luciano Tovoli; scenografia: Piero Poletto; costumi: Louise Stjensward; musica: Ivan Vandor; montaggio: Franco Arcalli, M. Antonioni; interpreti: Jack Nicholson, Maria Schneider, Jenny Runacre, Jan Hendry, Stephen Berkoff, Ambroise Bea; origine: Italia/Spagna; produzione: Compagnia Cinematografica Champion, C.I.P.I. Cinematográfica, Films Concordia; durata: 125’



«È la storia di un uomo che ha per mestiere il guardare. Ma lui a questo mestiere non crede più, [...] vuole abbandonare il guardare per il “fare” e per questo [...] quando ne ha l’occasione decide di cambiare vita, come Il fu Mattia Pascal di Pirandello: si china sul cadavere di Robertson, l’amico sconosciuto, e, fin dall’inizio forse, come dice lo stesso Antonioni, ne assorbe il destino di morte» (di Carlo). «Quando mi proposero il soggetto, in un primo tempo rimasi un po’ sconcertato. Poi, d’istinto, decisi di accettare. Cominciai le riprese prima di avere ultimato la stesura della sceneggiatura perché gli obblighi professionali di Jack Nicholson ci lasciavano poco tempo. Sono partito quindi con un certo sentimento di distanza nei confronti del film. Per la prima volta, mi trovavo a lavorare più con la testa che, diciamo, con il “ventre”. Ma durante le riprese delle prime scene la vicenda cominciò a interessarmi. [...] Il film durava due ore e dieci, per essere raccontata bene, la vicenda esigeva quel metraggio. Il contratto con la Metro prevedeva però una durata di due ore, non un minuto di più. Lottai tre mesi come un pazzo furioso contro la Metro, ma alla fine dovetti piegarmi: l’alternativa era tagliare o non lasciare uscire il film. Le due scene che ho dovuto tagliare davanti un senso assai diverso al film. Se avessi potuto montare tutte le sequenze che avevo girato, Professione: reporter sarebbe il mio miglior film» (Antonioni). «Nella penultima inquadratura del film, l’occhio di Antonioni è sospeso nello spazio (la mdp sorretta da una gru alta trenta metri) per essere libero di raccontare dal di fuori ciò che avviene con un’ottica di osservazione sdoppiata: l’ottica di lontananza e l’ottica della prossimità che gli permettono di esplorare minuziosamente ogni dettaglio di senso dell’immagine. Nel suo ultimo movimento, totalizzante, la mdp è come se planasse sul mondo, ad afferrare le ultime immagini e forse a indicare l’inevitabilità della morte. Professione reporter è un film che nel suo farsi è entrato nella Modernità» (di Carlo).
Per gentile concessione di Hollywood Classic
domenica 7

ore 16.30

L’avventura (replica)

Vietato ai minori di anni 14
a seguire

Ritorno a Lisca bianca (1983)

Regia: Michelangelo Antonioni; soggetto e sceneggiatura: M. Antonioni; fotografia: Carlo Di Palma; operatore alla macchina: Massimo Di Venanzo; montaggio: M. Antonioni; suono: Jeti Grigioni; origine: Italia; produzione: Gianni Massironi per Rai Tre; durata: 9’



«Realizzato per il programma tv di Enrico Ghezzi e Michele Mancini Falsi ritorni (per un’archeologia del set) e ancora non terminato. Presentato la prima volta al Festival di Cannes 1989 dal Progetto Antonioni. È il ritorno di Antonioni sui luoghi di L’avventura, ventiquattro anni dopo» (di Carlo).
ore 19.15

Identificazione di una donna (1982)
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